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Trasparenza e conoscenza: il film e le strategie di comunicazione web
Mai come oggigiorno lo sviluppo sociale ed economico si interconnettono a doppio flo con la trasparenza comunicativa e lo studio degli effetti delle politiche globali sul locale e viceversa. Una giusta lettura delle complessità di un territorio passa dunque attraverso la dotazione – condivisa dalle parti sociali – di strumenti di conoscenza indipendenti che contribuiscano al benessere delle comunità e al loro “riconoscersi” come tali in una dinamica attiva di cittadinanza. Un flm sulla situazione dei braccianti africani e sul territorio che li ospita e gli dà lavoro per alcuni mesi l’anno, può aiutare la collettività a leggere e interiorizzare una situazione vissuta sulla propria pelle e a trovare spazi e tempi di elaborazione al di fuori di luoghi comuni, ideologie precostituite, militanze sterili.
Come scrive Aldo Bonomi: “L’immigrazione, nel corso dell’ultimo decennio, da semplice riserva di forza lavoro mobile si pone come potenziale bacino costituente di una nuova società civile, e quindi di possibile domanda di diritti che non sono riconducibili alla nozione tradizionale di nazione. Un’immigrazione che pur mantenendo elementi di connessione globali rispetto alle culture di provenienza, nell’ultimo decennio si è rivelata in parte cospicua permanente anche nel nostro
paese, e che quindi pone il problema della società multiculturale. E dunque il territorio diviene sfera di possibile elaborazione di nuova cittadinanza. Una condizione che richiede alla politica la capacità di mettersi in mezzo tra i flussi globali e i territori per governare l’impatto”.

Per dare trasparenza e utilità al mio percorso di indagine, fn dalla fase di preparazione del flm, sarà creato un blog attraverso il quale verrà trasmesso il diario dei lavori per il documentario. Questo permetterà una costruzione aperta del materiale in via di elaborazione e una condivisione della
conoscenza prodotta, con immediate ricadute sulla collettività. Parte del materiale che man mano raccoglierò per il documentario verrà utilizzato per montare brevi web-doc e mettere in connessione le varie parti sociali coinvolte nel networking che, a loro volta, contribuiranno con i loro commenti e con la possibilità di aggiungere altro materiale informativo, “spostando la conoscenza dalla testa dei singoli all’interconnessione del gruppo”.
L’esperienza di socializzazione del lavoro che chiamiamo networking della conoscenza e che trova oggi nel web il mezzo idoneo per potersi esprimere, ci offre la possibilità di sperimentare un modo di fare documentario innovativo, si potrebbe qui parlare di social-doc, là dove l’autore viene condizionato e arricchito dalle intelligenze del territorio che sta indagando.

I braccianti africani

Molto è stato fatto in questi anni per fare uscire dal cono d’ombra un fenomeno che, negli ultimi vent’anni, ha cambiato la società italiana. L’immigrazione dai paesi dell’est europeo e da quelli africani ha rappresentato per l’Italia la possibilità di mantenere in vita un’economia in diffcoltà.
Sono stati quindi prodotti materiali cinematografci, giornalistici e letterari sul tema scottante dell’immigrazione. Nel caso del presente progetto, è mia intenzione impostare un lavoro capace di entrare nella pelle delle esperienze portate dai lavoratori africani, mettendole in relazione con il territorio. Cosa c’è aldilà dello scambio forza lavoro-ricompensa in denaro? Quale la rete fitta di interconnessioni tra migranti e autoctoni? Come si rovesciano, nel territorio che li ospita, i sogni vagabondi dei braccianti? Quali sono le loro prospettive di benessere? Quali le strategie di sopravvivenza?
Per cercare di dare delle risposte a queste domande, di visualizzarne le intensità, voglio affrontare proprio quel cono d’ombra, quella patina di immagini spettrali che in vent’anni hanno preso possesso del nostro paese per via di una molteplicità di scelte politiche, nazionali e internazionali, che hanno faticato a interpretare l’essenza delle dinamiche migratorie, a leggerne possibilità e problematiche. Un teatro di comportamenti e situazioni sotterranee che vorrei riuscire a filmare.
Nel tentativo di percepire una luce nelle tenebre e volerla poi visualizzare, il flosofo Giorgio Agamben scrive: “Nel frmamento che guardiamo di notte, le stelle risplendono circondate da una fitta tenebra. Poiché nell’universo vi è un numero infnito di galassie e di corpi luminosi, il buio che vediamo nel cielo è qualcosa che, secondo gli scienziati, necessita di una spiegazione. Nell’universo in espansione, le galassie più remote si allontanano da noi a una velocità così forte, che la loro luce non riesce a raggiungerci. Quel che percepiamo come il buio del cielo, è questa luce che viaggia
velocissima verso di noi e tuttavia non può raggiungerci, perché le galassie da cui proviene si allontanano a una velocità superiore a quella della luce. Percepire nel buio del presente questa luce che cerca di raggiungerci e non può farlo, questo signifca essere contemporanei. Signifca essere
capaci non solo di tenere fsso lo sguardo nel buio dell’epoca, ma anche di percepire in quel buio una luce che, diretta verso di noi, si allontana infnitamente da noi”.

Questa esortazione a percepire la realtà nel buio della propria epoca è fondamentale per leggere le dinamiche intime delle storie dei migranti. Le loro esperienze hanno la capacità di parlare in maniera inedita al luogo che “registra” il loro passaggio. Le tracce che rimangono sono i segni di un’integrazione in continua evoluzione, di una società in continua mutazione.

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